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di Stefania Sanlorenzo

ph. Roberto Poli

La danza vibra su livelli spaziali differenziati e multiformi al suono del violoncello di Julia Kent. La scena si apre come per tanti spettacoli di danza contemporanea oggi. L’essenzialità ruvida del teatro definisce già una spazialità in cui i ballerini, pochi e con scarni costumi di scena (tipo boxer e T-shirt), sono collocati e prima che le corde del violoncello mi restituiscano una forma melodica di musica, ne percepisco la contaminazione elettronica.

Mi muovo a disagio sulla seggiolina, il Teatro ricavato presso La Lavanderia a Vapore di Collegno, Torino, degno di una storia complessa legata al suo passato e a questo indovinato presente sperimentale, non è un luogo tuttavia suggestivo. Direi che è un fondamentale SPAZIO SCENICO perché qualcosa accada. E si va lì per questo preciso motivo.

Respiro e faccio uno sforzo di non intrusione.

Quando ho sentito parlare di “TEMPORAL” mi è venuta in mente la poesia di Pascoli, proprio per assonanza fonetica.
Il nostro poeta ama le immagini descrittive che scaturiscono dalle parole, ma tutto diventa simbolico nell’immediatezza stilistica. L’onomatopea (‘bubbolio’) come la luce e l’istantaneità. ‘Temporale’ non vuole solo dire che c’è un piovere violento, ma indica qualcosa di immerso nel tempo, però di un istante (lampo e tuono fra nubi) che nell’essenzialità dell’attimo sa di infinito.
Julia Kent sperimenta se stessa, cerca un contatto più melodico, in questo nuovo album, attratta proprio dall’impalpabilità della danza. La percepisce così: il gesto sparisce nell’attimo stesso in cui viene compiuto. La natura umana è così fragile nella sua istantaneità: tutto appare veloce e transitorio nella vita dell’uomo. Questo ci inoltra nell’arduo sentiero di SPAZIO E TEMPO. Il senso del tempo è difficilissimo da rendere. Può stare sulla ritmica e sul timbro musicale o puoi giocartela tutta spazialmente. Il gesto come il movimento danzato è sempre uno spostamento di spazio: in rapidità, in lentezza o in blocco. In dinamica o in stasi. In “peso” o “fuori peso”. In caduta, in slancio: in aria o a terra dunque….. spazio sempre spazio.

I ballerini si muovono in una gestualità che ha tratti molto efficaci. Il controllo del corpo in movimenti tutt’altro che scontati è forte. C’è un motivo coreografico, gruppi a parte: duetto, solo, terzetto…. c’è una ricerca gestuale e un richiamo fisico a come il tempo possa trascorrere. La musica del violoncello recupera questa fisicità.
Poi proprio di colpo (come l’ala di gabbiano del nostro Pascoli) una struttura architettonica di luce mostra “lei”: VIOLA SCAGLIONE è in scena dall’inizio si presume, nero su nero, in una sorta di scatola minimale, un’altra spazialità visiva ed emotiva.
TUTTO CAMBIA

ph. Roberto Poli

La musica mi coinvolge in modo più delicato, si attenua quella sorta di prepotenza che avevo avvertito e si allinea ai movimenti della danzatrice, che per me è stata eccezionale. La struttura è “MY INNER SPACE”, quindi ci spostiamo in uno spazio interiore da cui la danzatrice a tratti fuoriesce. Si gioca con il simbolismo e il reale.
L’autore, FABIO PERINO, ricerca nell’astrazione delle geometrie lineari dello spazio il senso della corporeità umana che nulla sarebbe senza lo spazio che lo definisce. Bellissimo effetto scenografico. Davvero di impatto visivo ed emotivo.

Il balletto quindi è fortemente destrutturato su questi livelli che si incontrano ma non devono compenetrarsi: musica, movimento, luce, spazio e tempo.
I danzatori coinvolti sono della Compagnia torinese, il Balletto Teatro di Torino. Se il pensiero di Perino ci sposta l’asse sulla spazialità astratta, Julia Kent con la sua musica eseguita dal vivo e la danza dei ballerini del BTT recuperano nel movimento il senso della temporalità che noi, pubblico, ci aspettavamo.

Un connubio dunque di produzioni artistiche nel quale sulla sperimentazione contemporanea risalta l’umanità dei singoli danzatori.
Applausi