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Mi trovo in prima fila da avere la punta delle scarpe sul linoleum bianco del palcoscenico e le casse (almeno quelle del lato destro) direttamente come auricolari. Poiché uno dei nostri progetti, come Marghe&Stef, è trattare le eroine della danza, della letteratura e ovviamente del mito, sono andata sul sicuro. La Thomas Noone Dance portava all’Astra di Torino, con tre coppie di danzatori in scena, “MEDEA”, 21-22 aprile 2017.

Questa volta sono sola a Teatro e la Marghe è impegnata su altri fronti. Siamo entrambe un poco concitate. Così ci sentiamo al volo al cellulare, sapendo che ci vedremo fra pochi giorni, così io corro a casa dopo la lezione di danza, mi cambio, cerco di non addormentarmi sul divano in quella pace irreale e rarissima del mio alloggio e poi via.

Non ho con me brochure, so che il componimento coreografico ha vinto il Premio de la Critica di Barcellona nel 2015 e che lo stile di Noone rientra in ciò che viene definito: ‘physical dance’. Penso mi basti onestamente, la Medea di Euripide è un classico intenso e conturbante anche quando lo studi al liceo. Ci sono state interpretazioni famosissime e bellissime di questa donna le cui pulsioni sembrano sempre troppo forti e sconvolgenti per accettarle.
Volendone parlare premetto due cose, sono uscita abbastanza soddisfatta ma con la testa piena di domande, perché, come ho confessato a Margherita, io Medea non l’ho trovata.

Questo stile di danza in cui le emozioni passano attraverso un CONTATTO FISICO di attrazione e repulsione, di incastri e spinte, di disarticolazioni e recuperi in cui l’equilibrio con l’altro crea l’occasione del MOVIMENTO non tende propriamente all’astrazione, così come da parte mia non c’è assolutamente la pretesa che mi raccontino una favola; ma nel gioco dinamico dei pesi non spiacerebbe trovare ciò che il titolo a chiare lettere promette.
MEDEA

Sono dalla parte del pubblico e spero che la musica non sia troppo cacofonica: propriamente non ci salviamo molto, il signore accanto a me ha chiari segni di sfinimento. Allora spero che la danza lo possa risollevare; dopotutto la signora seduta dall’altro lato, alla mia destra, mostra particolare entusiasmo per l’interpretazione fisica dei danzatori.
Guardo.
Leggete pure le varie informazioni, adesso. Leggete del tradimento più atroce, leggete del dualismo classico di odio e amore, di attrazione e repulsione, di disprezzo e forte intimità. Io credo che il coreografo Noone abbia inteso esorcizzare un mito attraverso il PATHOS che esso dall’antichità evoca ancora. Eppure mi si affollano le domande.
Dov’è Medea? Quali passaggi mi fanno capire che sia lei e non un’altra? Che cos’è che avrebbe dovuto calare quel signore, accanto a me, nella DANZA e non lo ha fatto? In quella danza che stavamo guardando entrambi, ovvio. Dove sta scritto che necessariamente “non si debba capire”?
Non era una composizione astratta (e anche la danza anti-narrativa gode di un filo conduttore), era la rivisitazione di un mito, in uno stile contemporaneo che fa della “fisicità” il suo motore. Dunque?
Poteva essere un’ottima lezione di TECNICA. Passo dopo passo tutto era equilibrato nella ricerca del contatto, della contrapposizione: una testa si piega, una mano la accoglie, un corpo cade, un braccio lo accompagna, un piede s’infila fra due gambe e il peso tende verso terra. Recuperi lenti o spinte che rifiutano.
CHI E’ MEDEA? CHE COSA E’ SUCCESSO ALLA SUA MENTE E AL SUO CUORE?
Il greco antico come lingua ha una sua peculiare struttura, unica: le parole sono composte da più parti ognuna delle quali ha un significato sintetico e aperto, nonché immediato.
La grecista Andrea Marcolongo scrive che “la potenza del greco antico” è quella “di dire cose complesse con parole semplici, vere, oneste” […].

La Medea di Euripide andò in scena ad Atene nel 431 a.C. Il tema centrale è quello del tradimento; la struttura della tragedia è dialogica, cioè si regge sulle PAROLE che si scambiano Medea e Giasone. Ora la danza non ha parole, usa il movimento per esprimere se stessa.
Qui sta il nodo cruciale: il passaggio dalla parola greca antica alla danza di Noone era già in connessione nel richiamo di due diverse ma complementari fisicità, quella linguistica e quella del movimento danzato.

Ha ragione Margherita che dice che ciò che va evocato in ogni caso è l’essenza del discorso. Qui era già premesso: non una storia ma l’incontro di due forme di comunicazione molto forti ed entrambe “visive”.
In greco esiste il ‘duale’ (per indicare il numero, fra singolare e plurale): gli AMANTI? Innanzi tutto questo erano Medea e Giasone e ciò che lui rinnega per calcolo.

“Ti amo” si esprime al duale (ci dice ancora la Marcolongo nel suo primo libro: “La lingua geniale. 9 ragioni per amare il GRECO”, EDITORI LATERZA): significa “noi due-solo noi”.

Dov’era tutto ciò in questa composizione?

Vi parleremo ancora delle eroine, che siano dal balletto, dalla letteratura o dal mito… Il mito e la danza hanno un legame molto forte e ci premeva accennarvelo, anche se in questo modo molto personale, sempre coerenti con noi stesse.

Grazie

Stefania Sanlorenzo e Margherita Mana

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