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Axolotl
Vivi e capisci che nonostante tu l’abbia pensato tante volte non vivi da solo. Salvo casi di eremitaggio estremo.
Ciascuno ha dei punti di riferimento: suoni, luoghi, persone anche solo di passaggio. E le parole e le immagini.
Oggi è il tempo delle immagini e le parole in parte hanno assunto un valore diverso nel comunicare comune, ma ci sono anche loro. Monche, sciocche, onomatopeiche. Altre bellissime, semplici o complesse, di nessuno e di tutti, come di grandi menti o profondi cuori: poeti, filosofi, giornalisti, scrittori in generale, gente comune, tutti coloro che usano le parole per raggiungere un pezzo insignificante di infinito.

L’infinito non ci appartiene, siamo esseri destinati a scomparire dall’attimo stesso in cui la vita biologicamente ci inserisce nel mondo. Il nostro mondo. E si aprono i giochi.
Tanti non lo comprendono, tanti cederanno a quel male che è sempre violento, anche in una sola parola o frase. Altri purtroppo non faranno un granché: non sono buona, non sono capace a non vedere e a non temere la mediocrità, a iniziare dalla mia. Amo chi fa la differenza.
Certamente ci sono scale di valori.
Amo Omero, leggo Alessandro Baricco, ristudio Platone e seguo Gramellini, riscopro Alda Merini ma anche Ferdinando Pessoa; sono una fan di Margherita Oggero, (elenco troppo lungo, tutta una vita)… come amo mio figlio Alberto e, seppur in modo diverso, i miei figli Stefano e Valerio, ognuno nella propria unicità.

Credo che si cerchi nella percezioni di ciò che chiamiamo “amore”, qualcosa che c’è già in noi. Sono una ferma sostenitrice dei filtri percettivi di Einstein. Cerchiamo ciò che sentiamo dentro e così ci sembra di averlo trovato in un film, in un libro, in una fotografia, in un balletto, in una canzone, in un’opera d’arte, in uno scarabocchio naif, persino in una o più persone.

No no, provo a fare la scrittrice, posso permettermelo ora, ma sono stata una ballerina e lì è avvenuto il cambiamento. Leviamo via questi filtri, per favore!
Guardiamo, sentiamo, ascoltiamo ogni tanto qualcosa di diverso, diamo modo a quello cui non avremmo mai rivolto attenzione, di palesarsi a noi.
Lasciamo che la nostra anima o mente raggiunga un pezzo di infinito: esiste in questa vita. In questa vita ci serve. Non me ne vogliate non faccio una questione di religioni o fede.

Parlo dell’uomo e del suo Axolotl.

‘Axolotl’ è un racconto breve di Julio Cortàzar, si trova in diverse raccolte: il “Bestiario” del 1965, ma anche in raccolte di Racconti (1944) e viene catalogato come genere fantastico. Va bene lo stesso. Tanto non è quello che mi interessa.IMG-20160819-WA0003

Axolotl

Axolotl

Ne parlai con mio figlio Alberto prima che partisse. Fu una di quelle cose strane che accadono fra noi; non parla molto e io sono diventata ostica, lui si affaccia alla vita ed è già fin troppo caustico per la sua giovane età.
Ha pensato di lasciarmi “un drago”, perché sa che mi piacciono.
Molti lo definirebbero una sorta di larva con delle belle zampe, ma Alberto dice che è simile a un drago e me lo dimostra con una immagine che accosta un Axolotl scuro (siamo abituati a quello rosa corallo e diafano dagli occhi dorati del racconto) alla Furia Buia di “Dragon Trainer”. Vedi?, dice, sorridendo.

Ho letto il racconto. Lo trovate anche on-line, è breve quanto bello.
“Ti sconsiglio di cedere alla tentazione di prendere un axolotl vero, mamma! Accontentati di leggerlo ogni tanto!”
Mi conosce bene, ve l’ho detto. Lo sa che sarei andata a vedere che ce n’erano in vendita a pochissimi euro, con teca e tutto. Sa che avrei detto che sono piccoli esserini di palude, 20 cm al massimo? E che i gatti si sarebbero abituati… Comunque non credo sia legale tenerli in casa.
“Certo, mamma! Meglio se ti prendi quel cane con le orecchie paraboliche, così vedete meglio Sky, chissà!”

Ogni giorno il protagonista va all’acquario e si ferma davanti alla teca dove dietro un vetro sta l’Axolotl. Essi si fissano negli occhi. Quelli umani e quelli dorati che paiono potersi attraversare nell’inespressività assoluta. In questo incontro sono i pensieri che si muovono, null’altro. Si instaura un magnetismo inverosimile e ossessivo fra l’animaletto anfibio e il protagonista del racconto, finché un giorno, immergendosi l’uno nell’altro, egli riconosce il proprio se stesso, nel proprio pensare, dalla parte opposta del vetro. Egli è l’Axolotl e l’Axolotl è il lui che lo guarda nel riflesso con il suo aspetto ma quegli occhi infiniti vacui e fissi. Ciascuno di loro due è comunque se stesso.

[…]
“Ci fu un’epoca in cui pensavo molto agli axolotl. Andavo a vederli nell’acquario del Jardin des Plantes, e mi fermavo ore intere a guardarli, osservando la loro immobilità, i loro oscuri movimenti. Ora sono un axolotl.”

Dunque alle volte io desidero vedere me in mio figlio e lui in me. Poi lo vedo andare via e so che siamo diversi e che le nostre vite si sfiorano ma non si appartengono. Eppure i pensieri si scambiano così, passando da uno all’altra e lasciando ricordi che diventano dèja-vu: “ricordi impropri” temporalmente e spazialmente erronei. Siamo noi che vi adocchiamo delle somiglianze con quello che stiamo cercando nella nostra vita, destinati a trovarlo? Forse. Tante volte, invece, a rimanere delusi.

Riprendo da dove sono venuta: la danza apre una dimensione sensoriale incredibile, passando dal corpo. La mia collega e amica Margherita lo spiegava pochi giorni fa come un disequilibrio (questo è solo un pezzo del puzzle): perché il corpo crei la dinamica del movimento danzato si passa da una crisi a un’altra. Un disequilibrio di sé. Avviene effettivamente nella ricerca del movimento in danza, ma avviene anche nella mente, come per l’Axolotl.

Sensazioni simili ci attraggono, ma vanno lasciate per uscire dalla fissità. Lasciare la zona di comfort per l’ignoto che scopriremo essere un ricordo inesatto, ma nostro comunque: caduta e recupero, come in danza ancora una volta. O una metamorfosi: […] “Senza transizione, senza sorpresa, vidi la mia faccia contro il vetro, la vidi fuori dall’acquario, la vidi dall’altra parte del vetro. Allora la mia faccia si staccò, e io compresi.”

Lo scambio è dell’identità mentale; ma durante tutto il racconto non si è mai certi di chi sia la voce narrante. Fino a che la metamorfosi non è completa.
Questa è una caratteristica del genere fantastico (tendente all’horror), che spesso viene considerato con superficialità, mentre mostra le pieghe oscure del nostro essere. In Cortàzar fino al senso tragico. “Sai mamma? Quello scrittore che non è Borges ma gli somiglia?”, gli sfuggiva il nome in quel momento…

Bene. Mi sento di consigliare questa lettura. Come di seguire un poco la danza, soprattutto quella contemporanea. Linguaggi diversi diventano complementari, come le identità sfumano nell’indeterminatezza, la coscienza si perde nell’infinito e ciò che sembra simile è un dèja-vu.
Ah!
Il DRAGO è un animale fantastico…. qualora se ne volesse uno, ora si sa che si potrebbe desiderarlo a proprio rischio e pericolo, ovvio!

Stefania e Alberto

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