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-Hearts-and-Arrows-Benjamin-Millepied-©-Laurent-Philippe-on-the-other-side-stephanie-amurao-

“On the Other Side” è il terzo lavoro del trittico di M. Benjamin Millepied, presentato a Londra questo giugno 2016 in prima mondiale e sostenuto dalla Van Cleef & Arpels, in una collaborazione nata un paio di anni fa per “Gems”, di cui questo è il brano conclusivo. In un richiamo formale a ‘Jewels’ di Balanchine, il ballerino e coreografo francese sembra allontanarsi concretamente verso una lettura contemporanea, come se piuttosto che alle pietre preziose incastonate in gioielli e alle fattezze di oreficeria (si vedano le preziose ‘spille ballerina’), il pensiero fosse influenzato dal taglio e dalla lavorazione delle stesse: esempio in “Hearts and Arrows” (ispirato a ‘Diamanti’ e secondo brano, del 2014; mentre il primo del 2013 era “Entitled Reflections”). Difficile vederci più di una collaborazione commerciale. Non trovo eco o richiami armonici fra il costrutto coreografico e l’idea della ballerina trasmessa dall’opulenza dei gioielli. Restiamo sulla danza.

Il brano “On The Other Side” (che non riprende il duetto del 2004) fa parte dell’opera di revisione che coinvolge la Compagnia di Millepied: la L.A. Dance Project, fondata nel 2012, diventa un progetto rivisitato con la fine del breve mandato all’Opèra de Paris come direttore del ballo, che potrebbe offrire interessanti risultati.
Di recente sono stati in scena presso The Joyce Theater; il debutto era avvenuto a Londra, come premesso, in una varietà di lavori (coreografie di Cherkaoui e Peck, ma anche di Martha Graham).

Lugo e Dantou
Spiccano certamente I COLORI dalla mano di Mark Bradford per le scene, sottolineati dai costumi di Alessandro Sartori ed esaltati dalle luci di Lucy Carter. Una critica alla scelta musicale nuova che richiama a un passato un poco particolare, il Philip Glass di ‘Eistein in the beach’, è trapelata già dal secondo lavoro.

M. Benjamin Millepied, che ha raggiunto la fama mediatica con “Black Swan” e la bellissima Natalie Portman come moglie, da cui ha un figlio, ora con la L.A. Dance Project sembra tornato a voler mostrare la sua stoffa, calato in una realtà numericamente più piccola (otto o nove danzatori) e che segue con maggiore capacità di comprensione e partecipazione la sua sperimentale varietà di espressione creativa.
La critica ha sottolineato dei punti di flessione nella gestualità poco ricca, e in alcune imprecisioni tecniche (forse più per il secondo brano della trilogia); tuttavia rilevando nelle doti singole dei ballerini di M. Ben il vero punto di forza su cui lavorare.
I ragazzi, come Stephanie Amurao, hanno entusiasmo e sembrano personalità artistiche differenti, in grado di amalgamarsi nel lavoro e di non essere connotati da una impostazione rigida, quanto adatta a questa versatilità stilistica ed espressiva che M. Millepied pare continuare a cercare con costanza.

(Foto: Laurent Philippe, Tristram Kenton per The Guardian; Marilyn Kingwill)

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