Tag

, , ,

diana-vishneva-swan-lake-hamburg-2012 NeumeierChi mi conosce sa che, con cadenza regolare, apro la bocca e pronuncio la fatidica frase:
“Ho visto una nuova versione del lago dei cigni eccezionale!”
Posso dire eccezionale, spaziale, pazzesca o sensazionale… ma la sostanza non cambia. Né, tantomeno, cambia la risposta del mio stanco interlocutore:
“Lo dici ogni volta che ne vedi una.”
E’ vero. Vorrei poterlo negare, ma è così: io mi faccio di “Lago dei cigni” come il peggiore dei ‘tersicoro-tossici’. Versioni contemporanee e classiche, variazioni delle classiche, classicizzazione delle varianti… insomma, a me basta che il titolo sia Swan Lake e già son pronta e bendisposta!
Così, nella mia vita, in molti mi hanno offerto abbondanti dosi di ‘Swan lake’ con cui dissetarmi: Matthew Bourne, Mats Ek, Makarova, Grigorovich e, chi più ne ha, più ne metta.
Ultimo, solo per una questione cronologica, John Neumeier, con il suo “Illusions like Swan Lake” (Illusionen – wie Schwanensee), ideato nel 1976 per l’Hamburg Ballet, ripresentato nel 2001 (edizione dvd con Anna Policarpova, Elizabeth Loscavio, Jiri Bubenicek e Carsten Jung) e quest’anno nuovamente in cartellone presso Bavarian State Opera .
Illusions like Swan Lake è, perdonatemi il gergo, un balletto da far girare la testa: espressività, tecnica, atmosfera e, non ultimi, regia e particolari scenici.
La storia è semplice e inizia con una segregazione: un principe in farsetto azzurro, con l’emblema del cigno bianco sul petto, viene relegato in quella che sembra essere una torre.
Nulla manca all’atmosfera: mobili coperti da lenzuola, candelieri accesi, mura spoglie e in mattoni, un quadro in un angolo. Il principe si inginocchia, prega, appare un uomo vestito nero alle spalle, come un’ossessione, come una tentazione.
O, come un’allucinazione: la torre svanisce, le mura scompaiono e ci ritroviamo in un cantiere luminoso, in festa. Il nostro principe si aggira felice in questo ricordo rivissuto… ma l’uomo nero è ancora in agguato.
La gioia scompare, di nuovo la torre.
Un altro lenzuolo lasciato cadere, un altro ricordo celato al di sotto: una sera a teatro, cigni in scena, una splendida ballerina.
Ancora l’uomo nero, ancora la torre.
Illusioni, allucinazioni, ricordi di una vita che trasmettono il senso del thriller: perchè è stato rinchiuso? Perchè vede quest’uomo? Cosa può essere successo tra lui e la ballerina, tra lui e la timida fidanzata? Perchè costruiva un castello?
I più ferrati di storia vanno progressivamente in estasi durante una rappresentazione del genere: quando l’ennesimo lenzuolo, nell’angolo più buio della torre, scivola a terra svelando un quadro, la conferma dei sospetti diviene inevitabile.
Il balletto di Neumeier narra la storia di Ludovico II di Baviera, conosciuto meglio come Ludovico il Pazzo o, guarda caso, il Re Cigno.
Ludovico è stato un uomo strano, la cui personalità ci è nota anche dagli scritti personali di sua cugina Elisabetta d’Austria, la Sissi dei famosi film.
Eccentrico, gioviale, amante della bellezza e dei miti, Ludovico è ricordato per la sua passione per Wagner, passione che lo ha condotto, nel corso della vita, a cimentarsi nella costruzione di un famoso castello delle fiabe, ispirato alla saga del nibelungo.
Il castello di Neuschwanstein, a strapiombo sul lago, è rimasto incompleto ma trasmette ancora oggi questo senso di solitudine e possenza che Ludovico doveva provare o ricercare: le sale affrescate (con i cigni), ampie e rimaste spoglie, sono ciò che resta di questo uomo che la cugina descrive come strano ma non di certo folle.
Follia, infatti, è il capitolo che precede la sua morte: nel giugno del 1886 viene dichiarato pazzo, segregato e, nelle quarantotto ore successive alla diagnosi (avvenuta senza visita medica), viene ritrovato affogato nel lago.
Come Odette.
La sua morte è avvolta nel mistero, inspiegabile. Che fosse realmente folle? Che sia stato ucciso, che si sia ucciso? La storia non sa dirlo.
Il balletto, in questo, non ha dubbi. Ma ciò che ne esce, infine, non è il ritratto di un pazzo. Di un debole, forse, di un sognatore, magari di un sensibile, un essere senza equilibrio, sempre a cavallo tra l’illusione e la realtà.
Ad esempio, la scena a teatro: sul palco, le coreografie classiche dei cigni, quelle di Petipa, con pochissime licenze. Il principe, seduto in proscenio come in un palchetto privato, si appassiona, si emoziona, si immedesima nel principe Sigfrido e, in certi passi a due, lo sostituisce. Un’illusione dentro un ricordo, prima che tutto svanisca e riappaia nuovamente la torre in cui lo hanno rinchiuso.
Sapiente e geniale l’allestimento scenico. Gli elementi (mai piccoli) appaiono e scompaiono, portano lo spettatore attraverso la mente del principe Ludovico, fin dove essa si spinge. Il paragone è fattibile solo con le grandi scenografie dell’opera di Parigi, della Bella Addormentata del Bolshoi o del Royal Ballet.
Onirica e più contemporanea la sequenza finale del lago, minimalista rispetto al resto per costumi e allestimento, più vicina a balletti di altri tipologia come, non ultimo, il Caravaggio di Bigonzetti.
Altro sapiente trucco è nelle luci. La prima scena illuminata solo da candelieri posti nelle nicchie, poi la luce calda degli esterni al cantiere, infine i superbi lampadari di cristallo nella scena del ballo.
Il tema del doppio? In questa lettura psicologica si perde la certezza dei contorni, la divisione tra cigno bianco, cigno nero e principe diviene opinabile. Nella mente instabile di Ludovico, che Neumeier porta in scena, non si sente la presenza autentica dell’inganno provenire da un unico fronte: si ha l’impressione che la corte complotti, che l’allucinazione maligna dell’uomo in nero sia la personificazione del terrore dell’uomo, il dubbio insinuante di star male. E la fidanzata, timida e disposta a compiacerlo, per la sera del ballo in maschera, diviene l’inganno, il miraggio della ballerina-cigno ammirata in scena a teatro e designata come musa.
È difficile dire dove si nasconda il cigno nero. Il cigno bianco diviene uno stemma, un simbolo su velluto blu e su raso azzurro in cui l’uomo si riconosce. Un uomo languido, che sembra uscito dai quadri romantici di fine ottocento, oppresso e infelice, spaventato dalla consapevolezza, in alcuni momenti, di star vedendo cose (o persone) che non esistono.
Ancora una volta, il lago dei cigni diviene una metafora, nuova e intensa, del disagio umano, dell’inganno, del doppio che si nasconde in ognuno di noi. Un doppio che, in una rappresentazione come questa, vestito di nero e impenetrabile, ci appare reale. Un’illusione ben più forte di ogni altra realtà.

Elisabetta Tosco

Fonte: IOBLOG.IODANZO.COM, aprile 2012

Annunci