IL SILENCIO di Daniel Abreu

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di Stefania Sanlorenzo

In letteratura, in teatro e nella vita di tutti i giorni (come in certi specifici momenti della stessa quotidianità) si incontra o si crea o si richiede il silenzio, quasi come un momento a se stante perché c’è sempre un rumore un suono un vociare in un crescendo di sonorità spesso sgradevoli, per esempio il traffico, ecco lo dico perché i crescendo in un brano di un’orchestra sinfonica non sortiscono lo stesso effetto. Sarebbe quasi spontaneo pensare che il silenzio sia una mancanza, un vuoto; come se fosse più facile pensare alla miriade di altre evidenze “sonore”: un vagito, una classe di terza media in gita, due ubriachi per strada, un crollo di mattoni cemento e lamiere. Un boato, il tuono, un fruscio, il mare e il vento. Il non-silenzio è infinito. Le parole. Il recitato. Una nenia……….. La mente può creare suoni non sensibili da sola; così come improvvisamente vuole cercare il silenzio assoluto, quasi fosse qualcosa che esiste al di fuori di noi. Basta parole, basta suoni, basta pensieri. Basterà?

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Torino, 7 aprile 2016 presso la Lavanderia a Vapore di Collegno, due serate per la rassegna di PalcoscenicoDanza, diretta da Paolo Mohovich, sono state dedicate alla compagnia di Abreu, autore, ballerino, coreografo e regista, in scena con lui due figure femminili: Anuska Alfonso e Dàcil Gonzàles. Una alta è scolpita di belle linee e forme; l’altra più minuta ma estremamente elastica, hanno alternato la rappresentazione del brano con Daniel Abreu, di cui colpisce il rigore interpretativo. Il pezzo, vincitore del Premio Nacional de Danza 2014 si intitola “SILENCIO”. Eggià…. [ ]

Tutto mi appare molto serio e più polveroso che silenzioso. Mischiamo le parole, nell’arte si può: il silenzio che sarebbe una dimensione non-sonora dei sensi (assenza di suono o rumore), diventa una dinamica fisica, qualcosa su quel palcoscenico bisogna pur portare. Una dinamica interiore di perplessità e una esteriore data dalla “polvere”, che non è solo quella che sembra depositata sui pochi oggetti di scena o quella soffiata da lui stesso, in piedi su di una cassa nera di uno stereo, come se una polvere magica e lucente divenisse un “ modo di sentire”. Non avete mai pensato che certi nostri stati d’animo possano essere impolverati, sfiorati da uno strato sottile che la luce nella penombra fa riaffiorare al reale? Come un silenzio che allora non è assenza di suono. Perché nello spettacolo c’è anche la musica, ma essa, in effetti, non sembra accompagnare o vivere o dar vita al movimento mimato; bensì pare pensata come tutto il resto che è stato portato in scena: qualcosa che riempia un vuoto e cioè quello spazio fisico che intercorre fra un momento e l’altro di silenzio.

La gestualità è corporea, non sono veri passi di danza, sono movimenti misurati e mirati a una precisa forma da vedere.

Tecnicamente i tre interpreti meritano attenzione e applausi; empaticamente faccio fatica ma cerco di avvertire la ricerca del senso intimo della solitudine e di come essa si percepisca o si esprima proprio nella fessura fra suono e silenzio.

Temo che il pubblico fosse un’idea perplesso, come me.

Eccellente ricerca. Ottima interpretazione; ma il viaggio emozionale è un percorso individuale e non sempre il cammino di alcuni è quello di tutti. In teatro accadono molte esperienze tra il sensoriale e l’intuitivo-percettivo; ciascuno di noi ha dei filtri che si frappongono inconsapevolmente nell’esperienza artistica vissuta. Perciò non è proprio facile se la faccenda si fa complicata da sola, ma non dobbiamo allarmarci.

Pensandoci bene, insieme. Ecco…. come potremmo mai esprimere con il nostro corpo e poco altro il ‘Silencio’, che è persino una delle sensazioni più difficili da comprendere?

Sono partita da lì, ve lo ricordate l’incipit.

Come possono tre corpi riempire una scena in nero, con sollevamenti, contorsionismi, spostamenti, gioco di piccoli e impercettibili cambi (le scarpe, modello e colore, la maglietta o la camicia, il seno nudo e la piuma fuxia…) e farti comprendere, a te spettatore un poco scettico, cosa sia realmente il silenzio?

Davanti alla vita, alle cose che si susseguono, banali o semplici, oppure importanti o traumatiche, allegre gioiose felici o tristi…. da soli o in condivisione con qualcuno: spegniamo l’audio. O cerchiamo le intermittenze del silenzio mentre tutto il resto non muta, tutto continua uguale. UGUALE.

Che cosa sentiremmo?

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Tra danza e poesia: quando si può desiderare LA LUNA

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di Stefania Sanlorenzo

#Marghe&Stef

La vita lascia impronte su di noi. Segni, cicatrici, ricordi, propri e impropri come nel dejà-vu, alcuni sono visibili a occhio nudo, altri no ma tutti hanno un senso e soprattutto ci definiranno quali noi stessi. Insieme a tutto il resto, a tutto ciò che continua a camminare, mutare, precederci o inseguirci, sfiorarci o toccarci. Ci sono oggetti che ci rassicurano altri no, essi rimandano a percezioni divenute emozioni o-e pensieri. Oggetti come un’immagine, un capello, una nota….. un volto.

Anche il volto di un astro: una stella, un pianeta o un satellite.

Nell’arte spesso si evocano commistioni di tutto ciò per creare qualcosa di simile o di assolutamente differente, ispirandosi con consapevolezza, istinto, talento oppure no, nel produrre comunque qualcosa che qualcosa andrà a comunicare. Mi occupo di “danza”, difficile da dire così. Parole che spieghino quel gesto talvolta effimero che nasce là dove il linguaggio si ferma (per parafrasare una delle donne più incredibili nella storia della danza contemporanea, quale Pina Baush)….. ho vissuto la danza su di me, l’ho insegnata ancora, l’ho ristudiata accanto a Margherita Mana, ballerina al MaggioDanza Fiorentino: con lei lavoriamo non solo per accrescere le conoscenze coreutiche di allievi di varie scuole, ma soprattutto per divulgare un poco di ciò che potrebbe essere e che è oggi il linguaggio coreografico. Lo facciamo col gesto, la dinamica, il ritmo e anche le parole.

Soprattutto, vi strizzo l’occhio, lo facciamo con coraggio ( e passione).

E questo ci porta a un grande poeta e scrittore per il quale la filosofia era intrisa della materia fantastica di cui è fatta l’arte (anche se qualche esimio la può pensare diversamente e come crede meglio….).

Da un lato c’è l’artefice e dall’altro il fruitore ed è in un gioco di stati di percezione differenti (percezione sensoriale/percezione intuitivo-affettiva) su di un cammino circolare (e mistico, secondo Borges) che nasce e viene “conosciuta” un’opera d’arte.

#Borges: *“Il pensativo sentir”

La luna nueva. Ella también la mira desde otra puerta.

Ecco la pura suggestione di un’immagine evocata dalla parola (componimento breve tipo haiku giapponese): la Luna racchiude il senso di infinito ma è nuova, quindi in verità non si vede per chiunque alzi gli occhi al cielo da qualsiasi parte si trovi in quell’ istante. Ma possiamo ammirarla ugualmente; talvolta l’arte esalta anche un senso mistico che nel quotidiano non c’è.

#La Luna

Il 21 e 22 settembre 2013 Luciana Savignano, indiscussa Etoile internazionale ma nata al teatro La Scala di casa nostra, fu ospite d’onore a Sorrento per il Festival patrocinato dal Comune e supportato dall’asd Teatro Tasso: “Incontri di Danza”; per corsi, stage e concorsi con in palio ottime borse di studio e occasione per incontrare celebrità del mondo della danza. Così la rividi e iniziò quello strano senso del tempo che noi creiamo: io giovane a Vignale, io ballerina, Lei Etoile. Lei LUNA sullo stesso palcoscenico delle lezioni di classico.

Io ballo per il mio bisogno interiore, per me l’importante è stare sul palcoscenico; tutto ciò che avviene fuori dalla scena è una cosa in più.”

Eccola! Si esprime così una grande artista, un animo che ha interpretato nella danza poesia e musica e pensieri di importanti coreografi come Béjart: l’incontro fra loro avvenne nel 1973 e fu “un amore artistico” di felice impatto. Fra le molte interpretazioni, (lo stesso “Bolero”), certamente fu pensato per lei l’Assolo “La Luna”, nel contesto dell’Eliogabalo: sei minuti e quaranta di un infinito perdersi nella musica di J. S. Bach (Adagio per violino e archi), e il nulla del silenzio lunare che diventa assenza di oggetti, di riferimenti, di nient’altro che un corpo perfettamente scolpito in curve avvolte da una tuta bianca, come seconda pelle, e sfiorata da spot di luce orizzontale. Il gesto è tutto: quel corpo che dà vita a movimenti assolutamente esemplari.

Il brano è stato interpretato anni dopo da Sylvie Guillem (a dieci anni di distanza avvenne il suo incontro con Béjart, 1983): il filmato di quest’ultimo è più facilmente reperibile e merita vederlo.

Ma è la Savignano che con la sua danza e con la danza di Béjart (morto nel 2007) vi si è personificata, così ci dice, senza svelarsi, con un sorriso introverso, piena di una vita interiore che esprime sul palco.

La luna: spesso senso di qualcosa che si può desiderare per quanto irraggiungibile sembri, è simile a una ossessione spaziale; nel movimento danzato l’astro pare fuori dal controllo dei sensi (lo vedi nella sua pienezza o non lo scorgi quando è “nuova”) e per noi umani l’infinito di un desiderio che non muore mai. Ebbene Luciana Savignano in un certo qual modo ha avuto la luna, ma ce l’ha anche mostrata in modo indimenticabile.

note:

Festival di Sorrento, settembre 2013 _ Luciana Savignano (estratto/articolo apparso su arte e spettacolo.com)

*cit. Borges: il -pensativo sentir- (edizione originale 1925/edizione Losada 1943)

Il bacio della donna ragno: un bacio che non uccide ma regala magia

Scrittrice degna di nota. Blog molto elegante e interessante.

Dalla finestra si vede un sogno

Un sogno, una visione, possono salvarci. E anche ucciderci. Allo stesso tempo fonte di speranza e punto di non ritorno. La linea di demarcazione è minima, l’equilibrio fra una possibilità e l’altra fragilissimo.

Questo ho pensato lo scorso 23 giugno 2019, una settimana fa, mentre assistevo alla più recente – e veramente strepitosa- produzione della BSMT di Bologna, in collaborazione con il Teatro Comunale (luogo meraviglioso, fra l’altro).

Di Il bacio della donna ragno, romanzo di Manuel Puig, conoscevo solo l’adattamento cinematografico del 1985, ma ignoravo (mea culpa!!) che ne fosse stato tratto anche un musical, creato da John Kander, Fred Ebb e Terrence McNally e vincitore di vari Tony Awards e anche di un Olivier Award. Una versione – qui con la regia di Gianni Marras e l’adattamento di Andrea Ascari – che, lo ammetto senza esitazione, mi ha totalmente ammaliata. Un allestimento di qualità, partitura…

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“After the Rain” di Christopher Wheeldon

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Le emozioni fluiscono in noi inattese e così intrinseche da non riuscire a scinderle dallo stesso sentire. Eccole: scivolano sull’animo, senza che ci sia un richiamo da parte nostra, come le gocce di pioggia sui vetri. Lo dicono le parole di Federico Garcia Lorca nella poesia “Pioggia”:

La pioggia ha un vago segreto di tenerezza
una sonnolenza rassegnata e amabile,
una musica umile si sveglia con lei
e fa vibrare l’anima addormentata del paesaggio.” […]

e lo evoca la musica di Arvo Part in “Spiegel im Spiegel” (letteralmente: “Specchio nello Specchio”) attraverso le note del pianoforte e le scale musicali che salgono e scendono dal tocco sul violino; così accade nell’ARTE…. così lo interpretano i passi di danza in un duetto superbo, lento misurato, mai un crescendo: “After The Rain”.

Creato da Christopher Wheeldon, signore della danza fisso al NYCB, ma che scrive coreografie per le compagnie e i ballerini più importanti del mondo, il pezzo debuttò nel 2005, ma fu più volte riproposto, assumendo una sua autonomia come passo a due e scorporandosi dal balletto originario. La ballerina del SF Ballet, Yuan Yuan Tan, lo ha danzato insieme al ballerino Damian Smith anche nel 2010, per il “Fire Island Dance Festival” nella sua sedicesima edizione. Indiscutibilmente qui la cornice paesaggistica della Great South Bay al tramonto fa da cassa di risonanza, offrendoci naturali pennellate che ci mancavano per completare l’insieme artistico: poesia, musica, danza, pittura, tuttavia il brano in questione è veramente meritevole di emozioni, sempre, anche adesso che lo riguardo a casa.

Se ne è parlato perché ha stupito molto: cioè nessuno si aspettava che una coreografia così pensata potesse comunicare sentimenti tanto forti. Il passo a due cui mi riferisco, dura undici minuti ed è un incanto, ma non lo scopri fino alla fine. Non è un’esecuzione che spinga all’ovazione: la ballerina è in mezze punte, indossa un semplicissimo body rosa pesca (ma è il colore del tramonto che ha alle spalle, in questo singolare caso) e il ballerino, a torso nudo, porta dei pantaloni morbidi bianchi, come il linoleum stesso del palco che si protende sull’acqua. Essi oscillano vicini, si sfiorano e si muovono senza salti, senza giri, senza nessuna tensione. Anzi il motivo è la flessuosità nella quale il corpo di lei raggiunge livelli incredibili come se fosse priva di ossa. Si avvicinano e si allontanano, si piegano uno verso l’altro e lui la stacca da terra in attimi così fuggevoli che quel distacco sembra non esserci, se non illusorio per chi guarda. Lei non stende neppure le punte e quel piede flesso rimane pronto per toccare di nuovo terra.

ph Emma Kauldhar

Sono immagini che lo spettatore coglie riflesse in un gioco prismatico: da uno specchio all’altro. E una delle più belle è quella del croisé arabesque della ballerina che con un piede sulla gamba del ballerino si protende in avanti per curvarsi come una polena. L’atmosfera musicale è ovattata, perché ha smesso di piovere e la danza è assenza e un continuo abbracciarsi e toccarsi l’un l’altra nella tenerezza di un amore di un addio di una devozione che diventa perdita e malinconia. Perché non sanno che cosa accadrà se non si sfiorassero più.

La pioggia sparge nell’anima la tristezza di ciò che non sappiamo”.

Il BACIO in volo

“Le Parc”_ balletto in più atti.

Coreografia di Angelin Preljocaj (Opera de Paris 1994) Musiche di W. A. Mozart

– Massimo Murru_ritratto

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Venendo al balletto, debuttò alla Scala nel 2007 con la coppia Aurélie Dupont, étoile dell’Opera e il nostro amatissimo Massimo Murro nel pas de deux finale dell’atto III: L’Abandon.

Ho rivisto il passo a due al Gala di Losanna, con il ballerino Manuel Legris e qualcosa è scattato in me, anima poco romantica, per l’interminabile bacio in volo.

Ironia delle vicissitudini decisi di scriverne proprio il 14 febbraio. Come ho fatto notare non sono tipo da Festa degli Innamorati… vogliate perdonarmi. Credo nell’amore e soprattutto nella passione che dovrebbe accompagnarsi a esso. Non amo i non-sapori; non le cose tiepidine, né quelle date per scontate. Non amo le ricorrenze da calendario, ma adoro le emozioni inattese, disattese e inaspettate. Piene conturbanti efficaci.

E mi piacciono i baci lunghi e appassionati del cinema, del teatro, delle fotografie e rubati per strada.

Allora spogliamo il balletto in questione dei suoi fronzoli (senza voler togliere nulla al suo insieme); usciamo dal parco-giardino stilizzato nel quale quattro giardinieri in occhiali scuri assistono agli scontri amorosi, alle armi e ai giochi di seduzione messi in atto dagli interpreti in un ambiente aristocratico francese tra XVII e XVIII secolo. Spogliamo i ballerini di ridondanti e sfarzosi vestiti, per una sottoveste scivolata, sul corpo di lei, e un semplicissimo “calzamaglia e casacca” per lui. Poi guardiamoli danzare: seduzione amore dolore tradimento. Le avances della ballerina, per poi rifiutare l’approccio del ballerino. I volti seri e quasi inespressivi perché i corpi danzano l’amore con passione eleganza e trasporto. Così le loro labbra s’incontrano in un bacio interminabile, durante il quale la ballerina si solleva, sostenuta soltanto dalle proprie braccia strette al collo dell’uomo che la conduce in un volo sempre più ampio veloce roteante e mozzafiato.

– Manuel Legris

Niente cioccolatini o fiori o lume di candela…

La danza, questa volta, ci offre un bacio unico e insostituibile, sensuale e toccante per accendere un amore vero. Facciamone tesoro.

Buona visione

COME LA MUSICA POSSA RENDERE SCONVOLGENTE LA DANZA

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Stravinskij e la “licenza di uccidere”

Premetto che scrivo di danza da così tanti anni, che talvolta riesco a confondere me stessa. Ci sono frasi, parole e permettetemi, note e passi che fanno parte di me. Magari non sono neanche miei, cioè non lo erano fin dall’inizio: tutti siamo condizionati e influenzabili. Io per esempio assorbo visivamente la spinta che sta dietro a un passo. Come lo vedo so, so perché mi piace o non mi piace; so come nasce e dove andrà a morire. Lo so e basta, istintivamente. Adesso ho anche un’arma segreta, che mi fu data solo quando fui pronta a riceverla… insomma un rito iniziatico pure il mio: La Marghe. Lei scuote la testa, ma è così: lei sa il meccanismo dinamico che serve a monte di quel dato passo. Oh, vi prego non facciamo i saputelli credendo che sia cosa ovvia. Se sei un ballerino sai danzare. La danza evolve sempre. E’ un’arte del movimento, sarebbe assurdo pensare che resti stereotipata in dinamiche legate a una sorta di ripetitività sempre uguale. MAI UGUALE. MAI, questo sia chiaro.

Così a Teatro rivedrete balletti e/o coreografie già viste, sentite: ah sì, di un altro coreografo, ma la storia la ricordo…..cose del genere. Dunque perché non fare un ripasso de “Le Sacre du Printemps”?

Le Sacre di Emmanuel Gat

Personalmente lo faccio volentieri perché ne scrissi nel 2013 e mi interessa sapere che ne pensavo allora.

Perciò eccomi qua. Ed eccolo qua: Stravinskij, con questa MUSICA CHE NON LASCIA SCAMPO A NESSUNO.

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29 maggio 1913/ 29 maggio 2013: 100 anni di storia.

Le sacre du Printemps” (Il rituale della Primavera). Musica di Stravinskij.

Stefania Sanlorenzo (da Arte e Spettacolo.com)

A distanza di 100 anni, Parigi rende omaggio al grande compositore russo, riportando ai Théatres Des Champs Elisées il balletto nella coreografia originale di Vaslav Nijinski, allora ballerino e coreografo ventitreenne (1913). L’interpretazione del Balletto Mariinsky presenta la versione ricostruita da Millicent Hodson e Kenneth Archer del 1987, frutto di un lungo e meticoloso lavoro di studio e documentazione, da foto e archivi, perché la coreografia originale andò in scena solo nove volte.

1913_nijinsky

Ecco cosa succede.

Di colpo sparisce la sensualità di Béjart, l’ossessiva essenzialità di Pina Baush, la drammaticità di Ismael Ivo e l’incredibile cruda e “nuda” espressività di Angelin Preljocaj (visione pubblico adulto).

Tornano, in parte, i costumi e l’ambientazione con quella connotazione russa e pagana, che l’avevano contraddistinto nel debutto de I Balletti Russi di Djaghilev. Io ho visto solo un estratto dei vari momenti, ovviamente è stato esemplare: bello, pulito, evocativo. Come si conviene a un “Anniversaire à Paris”.

Facciamo pure un bel salto indietro… Un fiasco clamoroso!

Il balletto allora non ebbe successo. I fischi riuscivano a superare la musica e il finale del rituale pagano (“la rissa demoniaca”) ha portato a una vera e propria rissa in teatro fra il pubblico.

Troppo moderno, all’avanguardia, trasgressivo. Ed era proprio la musica che aveva innestato tutto ciò; e come non fosse stata sufficiente in questo impatto nuovo, il balletto aveva aggiunto il tocco mancante, esaltando la tridimensionalità delle note. In un’intervista adatta all’occasione, il Maestro Daniele Gatti sottolinea il potere rivoluzionario della musicalità del Sacre e la sua modernità: Stravinskij, come Bond, si era guadagnato il doppio zero: “la licenza di uccidere”.

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Torino non è da meno e il 21 settembre all’Auditorium ripropone la musica di Stravinskij, diretta dal Maestro Zubin Mehta. Della sua intervista su La Stampa del 1 Settembre, le parole interpretative sul brano musicale mi hanno aiutano nella mia riflessione sul balletto stesso.

Certamente puntiamo il dito sull’originalità e sulla modernità della composizione e sul fatto che fu il balletto a decretare un impatto così emotivamente contrario e violento nel pubblico. La musica ha un ritmo dissonante, voluto, ma allora, se uno non se lo aspettava, forse è potuto sembrare incoerente e “sbagliato”.

L’intimo e il barbaro devono compenetrarsi: nella musica i due momenti non hanno un forte distacco, ma nella coreografia sì. Lo stridore diventa tensione e questa ossessione, in una melodia ostinata, nella quale il compositore si gioca tutto: “poliritmia” e “bitonalità”, ci spiega anche Mehta; e una “politonia” che si fa “atonalità” e viceversa, pensando al registro acuto della nota del fagotto e al registro grave lasciato al flauto.

E’ difficile se lo si pensa solo in musica e non si è preparatissimi, ma se si scompone la lettura musicale nei movimenti dei ballerini, credo che si comprenda meglio ciò che il Maestro Mehta vuole dire a noi oggi e ciò che Stravinskij, nella sua genialità, ha detto al mondo 100 anni fa. Ha portato il potere evocativo della musica al massimo, permettendo alla danza di esprimerlo in tutta una serie di interpretazioni che hanno un filo comune.

Chiudiamo gli occhi e lasciamo che il “nostro mondo si dissolva”; il DO del fagotto (suonato da una bellissima musicista dai lunghi capelli neri, almeno nell’Orchestra che ho visto io), è “la prima nota”: “un’alba” (dice ancora Zubin Mehta), un inizio, un via a qualcosa che nasce piano ma non avrà fine finché ciò che deve compiersi non sia compiuto. Il sacrificio della fanciulla. Il rito: questa è la corretta traduzione di “sacre”. La prescelta deve danzare fino alla morte. E tutto intorno a lei lo “urla” nei corpi danzanti con ostinazione: il ritmo è regolare, perché non ci sarà scampo, ma fa da controparte l’irregolarità del pulsare delle note su cui i corpi si agitano convulsi ma implacabili.

I coreografi che nel tempo hanno interpretato il Sacre hanno svestito i ballerini, hanno minimizzato al nulla la scenografia, lasciando corpi alle note del fagotto, del flauto, dei violini e dei corni. Lasciando che un lento risveglio, senza tempo (e non puoi tenere il tempo, davvero!), senza ritmo, senza suono, porti al compulsivo compiersi di un rituale antico di vita e di morte. Perché la vita si risvegli, una creatura innocente deve morire.

Il mio cuore è per Béjart, faccio che dirlo. Lo era quando ero ragazza e rimane così. I suoi ballerini sono i più morbidi. Sono sensuali. La coppia, i singoli, i gruppi si muovono mirando a risvegliare attraverso ogni movimento puro e in una coreografia codificata, un ordine universale che sta al di fuori di tutto. Una danza orgiastica forse avvolgente in spirali che ti fanno perdere il senso dell’equilibrio in un crescendo estatico.

Sconvolgente è con Pina Baush (dovevo scoprirla e ho iniziato ad amarla per sempre): lei, in abito rosso e a seno nudo, nella danza compulsiva del finale sacrificale, danza con la mente che guida ogni fibra del suo corpo. Esso ha una dolorosa tensione che nel movimento lei sembra voler lasciare andare. Tutti volutamente la spingono a quella danza che la porterà allo stremo delle forze e alla caduta mortale; sì è spinta, ma lei guida se stessa.

2017

La coreografia di Ismael Ivo, con Les Danseurs Napolitains, è complessa, a più piani e altamente simbolica: lei muore indossando una veste bianca macchiata di sangue.

Angelin Preljocaj, nato in Francia nel 1957, di origini albanesi, è un vero artista “multiforme”; la sua compagnia adesso lavora stabile in Aix-en-Provence. Spettacolare il suo approccio al Sacre, a cominciare dai blocchi di terra e erba che da zolle, in un disegno scomposto si uniscono per essere l’altare su cui immolare la prescelta. I ballerini sono tutti vestiti di grigio: in pantaloni gli uomini e in gonna tubino le donne con reggiseno nero. Come se fosse ciò che è rimasto della preparazione di un abito da sera. Si muovono fra i blocchi, sgraziati, finché congiungendoli una fanciulla cade nel mezzo, viene completamente denudata e non avrà più scampo, danzando incitata da tutti fino al crollo.

L’ossessione non è più la dissonanza musicale ma si è incarnata nei movimenti convulsi dei corpi (i più morbidi rimangono sempre quelli di Béjart) con l’incitamento alla danza. L’ossessione è data dalla consapevolezza che un inizio lento e confuso debba portare con ineluttabilità e quasi violenza alla fine di una vita, perché tutto “nasca” ancora: e sia Primavera.