Il Mayerling di Kennet McMillan

Vi propongo una lettura sul balletto in una prospettiva diversa.
Ringrazio della possibilità di avere più voci a confronto!

Vita da Museo

Sesso, droga e un doppio suicidio: benvenuti nel tragico mondo di Mayerling. Il balletto, basato sui cosidetti Fatti di Mayerling, è la vera quella serie di eventi che condussero alla morte violenta dell’Arciduca Rodolfo d’Asburgo-Lorena e della sua amante adolescente, la diciassettenne baronessina Maria Vetsera, fu creato da Sir Kennet McMillan nel 1978 per il Royal ballet di Londra. I  corpi furono ritrovati a Mayerling, un piccolo paese nella Bassa Austria, il 30 gennaio del 1889. Pare che i due avessero stabilito un lugubre patto di morte, dopo che il padre di Rodolfo, l’arciduca Francesco Giuseppe aveva richiesto che i due si separassero. Pare che Rodolfo abbia sparato alla tempia della Vetsera (pienamente consenziente, si spera…) prima di togliersi lui stesso la vita. Inutile dire che si fece di tutto per mettere a tacere lo scandalo. La versione ufficiale fatta circolare imputava la causa della morte di…

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Tra Modernismo e Omega Workshop: il radicale mondo di Vanessa Bell

mostre, arte e Londra!

Vita da Museo

Era il Novembre del 1910 quando la prima mostra del Post-impressionismo apriva a battenti a Londra. Il re Edoardo VII era morto da pochi mesi, ma già la dolcezza della Belle Époque si stava tingendo dei colori accesi della nuova epoca. Nell’aria c’era profumo di cambiamento e l’artista e critico d’arte Roger Fry (1866-1934) decise di cavalcare l’onda allestendo una mostra rivoluzionaria. La chiamò Manet and the Post-Impressionists e con essa presentò all’Inghilterra l’opera di Cézanne, Van Gogh, Gauguin, PicassoMatisse. Fry conosceva i gusti del grande pubblico e sapeva che avrebbe avuto vita dura. E in questo non si sbagliava: la mostra fu un disastro. Eppure fu uno degli eventi più importanti della storia dell’arte moderna.

Anni di isolamento culturale avevano reso la Gran Bretagna praticamente impermeabile ad ogni infiltrazione straniera e tutto ciò che veniva da fuori era visto con sospetto. Così, mentre in Europa soffiava…

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Danza la MEDEA di Noone fra le eroine del mito

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Mi trovo in prima fila da avere la punta delle scarpe sul linoleum bianco del palcoscenico e le casse (almeno quelle del lato destro) direttamente come auricolari. Poiché uno dei nostri progetti, come Marghe&Stef, è trattare le eroine della danza, della letteratura e ovviamente del mito, sono andata sul sicuro. La Thomas Noone Dance portava all’Astra di Torino, con tre coppie di danzatori in scena, “MEDEA”, 21-22 aprile 2017.

Questa volta sono sola a Teatro e la Marghe è impegnata su altri fronti. Siamo entrambe un poco concitate. Così ci sentiamo al volo al cellulare, sapendo che ci vedremo fra pochi giorni, così io corro a casa dopo la lezione di danza, mi cambio, cerco di non addormentarmi sul divano in quella pace irreale e rarissima del mio alloggio e poi via.

Non ho con me brochure, so che il componimento coreografico ha vinto il Premio de la Critica di Barcellona nel 2015 e che lo stile di Noone rientra in ciò che viene definito: ‘physical dance’. Penso mi basti onestamente, la Medea di Euripide è un classico intenso e conturbante anche quando lo studi al liceo. Ci sono state interpretazioni famosissime e bellissime di questa donna le cui pulsioni sembrano sempre troppo forti e sconvolgenti per accettarle.
Volendone parlare premetto due cose, sono uscita abbastanza soddisfatta ma con la testa piena di domande, perché, come ho confessato a Margherita, io Medea non l’ho trovata.

Questo stile di danza in cui le emozioni passano attraverso un CONTATTO FISICO di attrazione e repulsione, di incastri e spinte, di disarticolazioni e recuperi in cui l’equilibrio con l’altro crea l’occasione del MOVIMENTO non tende propriamente all’astrazione, così come da parte mia non c’è assolutamente la pretesa che mi raccontino una favola; ma nel gioco dinamico dei pesi non spiacerebbe trovare ciò che il titolo a chiare lettere promette.
MEDEA

Sono dalla parte del pubblico e spero che la musica non sia troppo cacofonica: propriamente non ci salviamo molto, il signore accanto a me ha chiari segni di sfinimento. Allora spero che la danza lo possa risollevare; dopotutto la signora seduta dall’altro lato, alla mia destra, mostra particolare entusiasmo per l’interpretazione fisica dei danzatori.
Guardo.
Leggete pure le varie informazioni, adesso. Leggete del tradimento più atroce, leggete del dualismo classico di odio e amore, di attrazione e repulsione, di disprezzo e forte intimità. Io credo che il coreografo Noone abbia inteso esorcizzare un mito attraverso il PATHOS che esso dall’antichità evoca ancora. Eppure mi si affollano le domande.
Dov’è Medea? Quali passaggi mi fanno capire che sia lei e non un’altra? Che cos’è che avrebbe dovuto calare quel signore, accanto a me, nella DANZA e non lo ha fatto? In quella danza che stavamo guardando entrambi, ovvio. Dove sta scritto che necessariamente “non si debba capire”?
Non era una composizione astratta (e anche la danza anti-narrativa gode di un filo conduttore), era la rivisitazione di un mito, in uno stile contemporaneo che fa della “fisicità” il suo motore. Dunque?
Poteva essere un’ottima lezione di TECNICA. Passo dopo passo tutto era equilibrato nella ricerca del contatto, della contrapposizione: una testa si piega, una mano la accoglie, un corpo cade, un braccio lo accompagna, un piede s’infila fra due gambe e il peso tende verso terra. Recuperi lenti o spinte che rifiutano.
CHI E’ MEDEA? CHE COSA E’ SUCCESSO ALLA SUA MENTE E AL SUO CUORE?
Il greco antico come lingua ha una sua peculiare struttura, unica: le parole sono composte da più parti ognuna delle quali ha un significato sintetico e aperto, nonché immediato.
La grecista Andrea Marcolongo scrive che “la potenza del greco antico” è quella “di dire cose complesse con parole semplici, vere, oneste” […].

La Medea di Euripide andò in scena ad Atene nel 431 a.C. Il tema centrale è quello del tradimento; la struttura della tragedia è dialogica, cioè si regge sulle PAROLE che si scambiano Medea e Giasone. Ora la danza non ha parole, usa il movimento per esprimere se stessa.
Qui sta il nodo cruciale: il passaggio dalla parola greca antica alla danza di Noone era già in connessione nel richiamo di due diverse ma complementari fisicità, quella linguistica e quella del movimento danzato.

Ha ragione Margherita che dice che ciò che va evocato in ogni caso è l’essenza del discorso. Qui era già premesso: non una storia ma l’incontro di due forme di comunicazione molto forti ed entrambe “visive”.
In greco esiste il ‘duale’ (per indicare il numero, fra singolare e plurale): gli AMANTI? Innanzi tutto questo erano Medea e Giasone e ciò che lui rinnega per calcolo.

“Ti amo” si esprime al duale (ci dice ancora la Marcolongo nel suo primo libro: “La lingua geniale. 9 ragioni per amare il GRECO”, EDITORI LATERZA): significa “noi due-solo noi”.

Dov’era tutto ciò in questa composizione?

Vi parleremo ancora delle eroine, che siano dal balletto, dalla letteratura o dal mito… Il mito e la danza hanno un legame molto forte e ci premeva accennarvelo, anche se in questo modo molto personale, sempre coerenti con noi stesse.

Grazie

Stefania Sanlorenzo e Margherita Mana

I gioielli di George Balanchine

Stupendo balletto….

Vita da Museo

Ho visto per la prima volta Jewels alla Royal Opera House nell’estate del 2013 quando la Compagnia di Ballo del Bolshoi è venuta in tournè a Londra. Sono ancora abbastanza una novizia in fatto di balletto e tendo a preferire opere che abbiamo una certa narrativa perche’ sono piu’ facili da seguire. Ma la la bellezza astratta del capolavoro (uno dei capolavori) di George Balanchine,  uno dei più grandi coreografi del ventesimo secolo e uno dei fondatori della tecnica del balletto classico negli Stati Uniti. mi ha lasciata completamente a bocca aperta. La settimana scorsa è stata la volta del Royal Ballet e non vedevo l’ora. Negli ultimi dieci anni sono diventata una vera e propri balletomane e i ballerini del Royal Ballet sono diventati un po’ quello che i Duran Duran erano per me  15 anni: i miei beniamini…

Fu una visita alla gioelleria di Van Cleef & Arpels…

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Notes on the Ideal Arabesque & Getting it Higher… part 1

Interessante e dettagliato approccio alla figura dell’ #arabesque

A Ballet Education

In ballet, there is one position above all others. It is the dreaded, gorgeous and controversial placement known as arabesque. There are a million ways to approach and improve arabesque, but the most important thing about it is to maintain control and show constraint. Below is how I teach arabesque and how to achieve an ideal position.

Notes on ArabesqueArabesque, by definition, is in an Arabic fashion. In design, it refers to ornate patterns used quite frequently in textiles, interior design, and architecture. Okay, in ballet, it is when the dancer is standing (supporting) on one leg, while the second (working) leg is directly behind the body. Arabesque can be done in a variety of different positions based on where the arms are placed, and the facings of the bodies. It can be done at various different heights based on the working leg: a terre, en l’air at any varied of degrees, 45 degrees, 90…

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Mrs Dalloway di Virginia Woolf

Piacevole argomentazione, grazie.
Articolati pensieri fra #letteratura #arte e #danza…

Vita da Museo

Ho letto Orgoglio e Pregiudizio quando avevo diciassette anni e non mi è piaciuto per nulla. L’ho trovato noioso e per nulla divertente. Dov’erano quell’ironia e quella leggerezza di cui i testi di critica letteraria parlavano tanto?
Allo stesso modo ho letto Gita al Faroquando ne avevo ventisette di anni e ho provato la stessa sensazione di noia, come se di Jane Austen, così come di Virginia Woolf mi stesse sempre sfuggendo qualcosa. Qualcosa di indefinito e che non riuscivo ad afferrare. Certo leggere i romanzi in traduzione non aiuta, e lo so per esperienza essendo io stessa una traduttrice (troppo spesso disoccupata che al giorno d’oggi nessuno vuole pagare per la qualità). Il grande Umberto Eco ha persino dedicato un libro all’argomento, la bibbia del traduttore, dal titolo Dire quasi la stessa cosa. Che una traduzione non potrà mai dire esattamente la stessa cosa (a volte in…

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Alessandra Ferri in Woolf Works

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una danzatrice è una donna. Luci su Alessandra Ferri.
grazie Paola delle tue impressioni… la danza come ogni forma d’arte deve trascendere tecnica tempo e portare se stessa e nelle sfumature interpretative quel senso proprio della vita di ogni esecutore. ci arricchiamo di tutto ciò quando è possibile.

Vita da Museo

Londra, Febbraio. Una folla impazzita applaude rumorosamente una piccola figura solitaria vestita di nero sul grande palcoscenico della Royal Opera House. La donna è Alessandra Ferri ed è bellissima. Ha appena danzato Woolf Works, splendido balletto in tre parti ispirato a tre romanzi di Virginia Woolf, creato per lei dal coreografo inglese Wayne McGregor. E a 54 anni la Ferri è più in forma che mai. A sentire lei grazie ad un po’ di pilates e yoga, discipline essenziali a mantenere l’elasticità delle articolazioni e largamente utilizzate anche dagli altri comuni mortali come noi e non solo dalle ex prime ballerine assolute. Ma quello che lei ha in più delle altre ballerine che hanno danzato con lei in in due delle tre parti del trittico di Wayne McGregor I now, I then(da Mrs Dalloway) e Tuesday (da The Waves), è la luce che irradia, la passione, la gioia…

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Resistere a un tocco di rosa e a motivi floreali….Impossibile! 😍

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