Umanudità

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Un senso di vuoto pervade una umanità spenta.
Quasi lo spazio che sentivamo nostro ci fosse stato sottratto piano piano; forse è stato così. Saranno percezioni indotte?
Alle tante parole solitamente segue il silenzio, come alla corsa estenuante, il rallentare fino a fermarsi.

Le mura di un museo sono asettiche, corridoi sono spazi di congiunzione fra stanze, ognuna anima di un’arte fermata nella sua datata immagine. L’umanità è nuda davanti alla vita se privata della sua essenza: esistere. Essa è mortale, perciò il tempo deve colmarsi di un senso proprio, del suo attimo come della perdita.
Di una nota nel silenzio delle parole.

La musica diventa tempo che colma con maestria e bellezza il vuoto silenzioso; i quadri in movimento dei danzatori rimandano a cornici di spazi non più vuoti. Si susseguono e ciascuno lascia qualcosa mentre si avvolge di musica, che guida un interscambio fragile. In “Umanudità” è la musica a essere tridimensionale per sostenere danzatori che non danzano.

Sono i danzatori del Balletto Teatro di Torino, spogliati in una umanità nuda che, nel gesto ricercato studiato e sentito, riscopre l’interazione fra corpi. L’esistere.

Nella delicatezza delle dita che sondano lo spazio minimo.
Nel duetto sensuale che ricama istanti di due corpi che si cercano e si trovano in misurati e poi più vivaci approcci.
Splendido perché raffinato a iniziare dalla lunga chioma di lui attorcigliata nelle mani di lei, ai sassolini simbolici, alle schermaglie accanto al pianoforte.
Il trio stacca, con ammiccante nonsense, per introdurre un assolo carico di pathos. Nella vitalità di bionde chiome sciolte e di un dinamico corpo in rivolta e recupero, la simbologia è più urlante.

Ed ecco che un tango (Histoire du tango Cafè 1930) entra in scena, ma non guida le danze. Sono i corpi a essere come spinti dalle note non indulgenti. Contrastano volutamente la chiarezza musicale e il caos del danzato che tango non è. Tutti insieme, tutti accalcati. Si cercano o si respingono?

Poco importa…
Alle scale di apertura si sostituisce in finale il tunnel di luce che costringe ognuno di loro alla propria singola nudità gestuale. Scenograficamente l’effetto si imprime sulla retina e lo spettacolo si chiude, senza sipario.

Ringraziamenti:
Balletto Teatro di Torino (i danzatori del BTT; la direzione artistica di Viola Scaglione, in scena) e Rivolimusica (Mario Gullo e Massimo Pitzianti)
Drammaturgia e Regia Viola Scaglione e Gigi Piana
Musiche di Piazzolla e Scarlatti
Interni Museo di Arte Contemporanea – Castello di Rivoli (Torino)
Canale Youtube SCENE (si può vedere lo spettacolo online, andato in scena il 27 marzo 2021).

Stefania Sanlorenzo per “Marghe&Stef”

Piange il cielo.

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Piange il cielo stelle d’inverno. Pietre di fuoco dallo spazio esterno. Son fredde lacrime e luminose facelle. Sfiorano le gote della faccia celeste rigandole di notte fra anime meste. Piange il cielo questo tempo malandato da oriente a occidente insensibile e dannato. Oh, se le vedi, non buttar via un desiderio svagato, commuovi… col cosmo […]

Piange il cielo.

Tutto era fermo.

Vidi nascere l’aurora che era tempo uggioso. Un timido freddo tratteneva lento l’esordio del giorno… quasi cinguettii di richiamo al risveglio. Tutto era fermo… Partecipai, di incanto, alla genesi del tempo quell’incerto esordire dell’ordine dopo il Kaos. Oh, non la figuro, quest’esperienza, fu vera, nella solitudine del mio vagare insonne a spezzare l’ordito dell’alternarsi sonno/veglia, […]

Tutto era fermo.

Ultima illusione. — Ettore Massarese

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Questo mio scafo tocca sponde sconosciute l’onda carezza e si ritrae nel notturno, nel notturno d’una isola dormiente nel silenzio. Non so darti nome ormai, terra d’approdo, ma sento tue rocce cantare antichi miti melodie in battito di antichi riti e le conchiglie, molluschi sonori, suonano la nenia in leggenda di satiri e ninfe… Oh, […]

Ultima illusione. — Ettore Massarese

Appunti di Naso

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La Poltrona Gialla – Cy

(scrivo di getto e parto solo da una musica)

I profumi sono estremamente evocativi. E ci sono ragioni neuro/fisiologiche alla base di questo (ahimè, per i romantici inesauribili come la sottoscritta ….uffa)
C’è stato un profumo che ha significato una persona importantissima molti anni fa e che, per fortuna, non è mai uscita dalla mia vita …ed io dalla sua. Ma il suo profumo sì.
C’era l’odore delicato del cassetto della biancheria di mia madre. Ogni tanto mi trovava con la faccia dentro e mi chiedeva -pur sapendo la risposta- “Che fai col naso tra le mie cose, piccola albicocca? “

Mi chiamava così in estate, quando il mio colorito raggiungeva al massimo quella tonalità, lentiggini incluse ed io, facendola felice, sinceramente rispondevo: “Qua c’è profumo di mamma”.  Entrambi, non ci sono più.
Non li ho percepiti più.
C’è l’odore delle creme solari, che richiamano immediatamente ombre riposanti tra lucori netti e abbacinanti …suono di aria su acqua e acqua sposata al cielo sopra, dondolanti insieme da eoni, mai stanchi di guardarsi da sotto in su e viceversa  …sposati e distaccati.
Il gettonatissimo e invasivamente dolce profumo di pane; quando lo faccio la casa ringrazia.
Altri ricordi arrivano: di commensali a bocca piena, di sorrisi di briciole raccolte dalla tovaglia e spesso: “Ma è già finito?”

Il sacchetto vuoto del caffè..pure lì..uscirne col naso impolverato di marrone …okay, parliamone ma merita? Di nuovo mia madre e il sacrosanto caffè, che dovevo farle io.

“Te lo fa bon, fallo ti”   …fregata ogni pomeriggio veronese.
La musica è anche di più: a essa è legato tutto perché mi muove anche il corpo…
Parte da dentro e si riversa fuori come fatto inarrestabile, come esigenza.
Accade anche che ci pianga sopra. SICURAMENTE, ci danzo in ogni dove.
Perciò è persino terapeutica.
Oggi, tempo che suggerisce flagellazioni, sto riascoltando musiche abbandonate da un anno.
Ritorna tutto, come un film visto e rivisto: non sono più quella; mi congratulo con me e …Cambio cd (da nuovo autunno 2020)!!!

Cynthia Gangi

GIRASOLE

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Il poeta sceglie un girasole in un gesto spontaneo e lo accosta al viso per lui più bello. Al sorriso più caro e simile al proprio.

Grazie,

Stefania Sanlorenzo – in amicizia

 

“Girasole”

di GIAN GUIDO GRASSI, poesia contemporanea.

Fiore amante del sole, sei gioviale.

Giochi con i tuoi bei petali in un

cerchio.

Bambina eterna, baci il primo raggio

dell’astro che al mattino ti ha

svegliato.

***

Risplende il volto accanto a un

girasole.

Il giallo è il tuo colore, sempre

acceso.

E’ il tuo calore, l’empito, la forza.

Forza gentile e grazia. Sei fiorente.

La mia fortuna cresce se sorridi.

***

(Apparsa su Facebook il 30 maggio 2020, Torino)

Cy e la Porta Rossa……

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di Cynthia Gangi

Dalla sua Poltrona Gialla ecco emergere i ricordi a colori.

Quando la Danza smetterà con me ( perché sarà Lei a deciderlo, non io) mi metterò a tingere legno: mi dispone a uno stato di calma e serenità dolcissime; impossibile, poi, che durante tutte le pennellate accurate, danzanti, sorridenti io non pensi a mio nonno falegname, che consegnava ogni più piccolo manufatto solo se “a regola d’arte”.
E lo erano tutti perché amava legno e attrezzi, movimenti e fatica, segatura e risultato finale che osservava con i piccoli occhi in fessure sorridenti ( ecco il perché dei miei sorrisi); lo toccava rigirandolo tra le mani grosse, buone e mancanti di due dita portategli via da una fresa circolare.
Ci vuole un colore vivo allegro e che attiri lo sguardo….. richiami i ricordi. Rosso!!!
***
Penso alle ore d’attesa in pronto soccorso in silenziosissimo dolore e dignità, la sua visione fatalistica dell’accaduto e quanti bacini continuai a dare a quei vuoti tra le dita rimaste: “Nonnino mio, non è giusto!” e lui mi guardava come fossi luminosa.
Perciò vernicio il suo legno come se fosse la sua mano a stringere il pennello e la mia.
Credo che nessuno, mai più,  mi abbia guardato così e se ci riesco ora ( solo per frazioni di secondo, sia chiaro) forse è  perché sono diventata grande, come mi vedeva già  lui, in nuce.
Amava, ridendo piano, quando abitavo da loro, le gambe  “di sedano” agitarsi attorno al tavolo del piccolo salotto, nel suo appartamentino di Trieste. Dal balcone si intravedeva un pezzetto di mare, lontano: la sera d’estate si sedeva lì con la nonna, su piccole poltroncine da spiaggia e si godevano il tramonto. Poi costruirono un orrendo grattacielo proprio davanti. Basta mare: ecco che allora li intrattenevo io, danzando nello spazio rimasto. Erano felici.
Sono ricordi felici.

Gli obiettivi di vita delle persone sono collegati alla loro personalità

Personalità e persona…… ottimi spunti di riflessione.
Persona, maschera di un io definito da carattere istinto studi avventure e disavventure stima disistima eventi.

Vita da Museo

Le persone formulano obiettivi personali coerenti con i loro tratti di personalità e i loro obiettivi sono correlati a come la loro personalità cambia nel tempo.

Gli obiettivi di vita delle persone sono collegati alla loro personalità

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LA POLTRONA GIALLA-Un Funerale di Carta

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di Cy – Cynthia Gangi

 


A Livorno ci andai solo una volta, anni fa, ospite di una persona che non l’amava per niente perciò me ne mostrò solo un paio di scorci attraversando velocemente la città in auto. Le credetti e non approfondii verità oggettive e livor(N)i tutti suoi.
Un conoscente mi ha messo tra le mani 5 libri nuovi e uno di questi si intitola: “Niente caffè per Spinoza”, di Alice Cappagli.

 

“Mah- ho pensato, prevenuta- non ho voglia di filosofia pesante” così ne ho iniziato e divorato un altro, stupendo (seppure) di un’autrice francese (altra prevenzione da sfatare): “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin (ultima fiamma dell’arzillo Claude Lelouch).
E ora, quale leggo?

SPOILER!!!!!

Attacco con la Cappagli e immediatamente sono lì, nella città d’aria salata con la protagonista, la sua vita del Prima e quella della trasformazione dolcissima, della rete di protezione che le si crea attorno dopo che si è buttata nell’ignoto di un lavoro ignoto, del suo minimo amor proprio che cresce e le migliora la Vita, finalmente. Descrizioni di una Livorno marina molto amata: si sente, si odora, si ascolta e si vede nelle piazze, nelle Ville, negli scogli accoglienti, nelle passeggiate solari e in quelle del Passato dell’altro protagonista di cui non scriverò per non togliere nulla al piacere di chi volesse leggerlo.

Passa un anno ma sembra sempre Primavera perché l’inverno non viene descritto come le belle stagioni che, invece, riempiono gli occhi di Maria Vittoria. Occhi importanti, sguardi necessari a mantenere vive decine e decine di grandi ricordi.
Oggi l’ho finito e ho pianto, anche se mi ero preparata: una morte di cui si viene messi al corrente piano piano, con delicatezza finissima. Una “partenza” che conclude questo libro divertente, sagace e molto toscano, pieno di luce e vento. E sale, tanto sale persino sulla soglia della chiesa.
Mi è sembrato di perdere un grandissimo amico o il padre che vorrei ricordare così, proprio così.

Fatalità (?) – nel contempo, stavo ascoltando la playlist per il nuovo, imminente anno di danza e, giunta anche io, come tutti i personaggi del libro alle esequie, è iniziato un brano di Gabriel Faure: ” Requiem in Paradisum”…Una di quelle coincidenze che amo moltissimo e che riescono, nonostante me, a farmi sentire ancora come una fontana che aspetta di zampillare copiosa, nuovamente.
Ecco, ora vado eh…!

Vado a soffiarmi il naso.

MAD TEA, nella cella del Cappellaio Matto

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“E’ impossibile solo se pensi che lo sia” […]

Ci sono dei giorni diversi.
Quelli nei quali la propria carica di energia ti fa vedere in un ciuffo biondo scompigliato un pensiero non espresso. In un sorriso appena abbozzato un sentimento possibile. In una parola non pronunciata, quello che pensi di voler sentire dire. Quei giorni in cui le nuvole viaggiano veloci e lo sguardo le segue, mentre gli occhi muschiati diventano di un verde più intenso e la carnagione pallida con piccole lentiggini la fanno somigliare a una fata nordica. Sono le ombreggiature sugli occhi, il naso all’insù, l’azzurro del cielo terso in contrasto con il rosso delle labbra e affine al luminoso taglio corto di capelli che le incornicia il viso. Alla moda su lineamenti senza tempo. Qualcosa in ella sa di una grazia lontana, di vento e di mare, ma la Pianura Padana ha smorzato il sogno da tanti anni: farà caldo, sta pensando quasi per dare un senso al fatto di essere lì, ad aspettare. Siamo in città alle soglie di una primavera che normalmente dissolve nell’afa estiva.
Poteva essere una principessa, ma non fu così. Divenne una donna come tante: separata, sola, con dei figli, degli animali da compagnia, un grazioso alloggio con i suoi colori e quei piccoli oggetti sfiorati, ogni giorno. Insicura, intelligente, sensibile, gentile, ma passionale. Con energia reagisce agli stimoli. Con intensa pigrizia si chiude in un suo mondo fatto di rimpianti.
***
Assolutamente frastornato, trasandato, ricciuto. Dietro a piccoli occhiali, piccoli occhi, che non vuole far vedere, paiono immobili. Vetro su vetro. Le lenti, lo schermo del cellulare che guarda di sbieco. Indossa un giubbotto di pelle che risale ai tempi di Indiana Jones, i tempi storici non cinematografici. Usato, tanto usato su pantaloni che ricordano un lord inglese di rientro dalla passeggiata con i cani. In quell’istante ella pensa che sia la cosa che le piace di più. Lo accompagnerà in ufficio. Tutto lì. Si incontreranno come concordato e saliranno in auto. Per l’appunto, perché ci sono dei giorni che devono accadere così.
Puoi lasciarli andare, farteli scivolare addosso oppure osservarli, valutare le reazioni che provocano… Un incubo! Non solo è isterico, ma di un’antipatia sconvolgente che riesce a turbare l’allegria dell’incontro. Bisogna sempre respirare e mettersi gli occhiali da sole. Accennare a un sorriso gentile, perché lei è la brava e lui è il cattivo, sta pensando. Quindi seguire il protocollo fiaba e attenersi al rischio dello scambio di ruoli: Il Lupo è bravo, il Taglialegna non lo è. Va bene! Modalità taxi, corsa gratuita, lo sbatto sul marciapiede davanti al suo ufficio e adieu!!!! ADIEU. Che nervi, che nervi, che nervi!!! Sarà pure un artista, ma sembra soprattutto un rompicoglioni.
Sorride, mette in moto, lui dietro, sul sedile passeggero solo la propria borsetta. Tutto nella norma. Sa guidare bene, un poco ad “accelero e freno al bisogno”, che è una modalità che le madri apprendono in età scolare, quando hanno più di un figlio. Questione di sopravvivenza: 8 minuti per un percorso studiato a tavolino nel tentativo di raggiungere tre edifici scolastici diversi, ubicati ai vertici di un triangolo scaleno, linee aeree.
Dunque il tragitto è noto a entrambi ma, il suo è certamente migliore del mio, eppure se gli chiedo dove vuole che svolti, un vaffanculo è certo. Ha una bella voce, riesco a pensare, io, scema.

Toglie gli occhiali dal cellulare e comincia a parlare di una possibile deviazione; okay! Poi del più e del meno come accade fra adulti che si sono conosciuti in chat, hanno avuto una lunga telefonata conoscitiva e introduttiva, che l’aveva sconvolta, e poi hanno deciso che ci si sarebbe potuti incontrare, per conoscersi, non virtualmente, e condividere la passione e dedizione per i rispettivi lavori che poi avrebbero anche potuto avere aspetti comuni. Apparentemente non è a disagio, impacciato sì, ma ella pensa che lo sia proprio nella vita, questa versione è piuttosto autentica, giudica affannata. L’affanno forse sono extrasistole, pensa per deformazione amorosa, in quanto crede di essere innamorata di un amico cardiologo che tuttavia considera le sue extrasistole perché è scrupoloso. Tranquillizzata dal solo pensiero, si accorge di non essere vicino alla zona degli uffici che le aveva indicato, ma lui, nel frattempo, ha messo in scena una sitcom graziosa, rendendosi accattivante e rivelando un certo fascino.
Si tratta di una deviazione alla sua tintoria. Perché tutti hanno la tintoria sotto casa, per comodità, lui ce l’ha sotto casa, ma non quella in cui abita. Un’altra. Che non è comunque neanche sua. Potrebbe essere sul percorso comodo per andare al lavoro. Scendono. Ella comincia a pensare che deve solo sopravvivere, che sa camminare veloce anche se lui è alto e quindi la falcata è maggiore. Poi scopre che in tintoria ci deve entrare da sola. Ah?! Io??? Un ruolo più femminile in questa sitcom… …Dunque: Un paio di pantaloni da uomo e una camicia da uomo, tutto per mercoledì, come sempre. Appunto.
Si fanno ciao con la mano dalla vetrina. Ecco fatto! Ella esce. Le viene da ridere e di nuovo arranca per tenere il passo parlare e ascoltare quel di lui borbottare continuo.
Nell’abitacolo dell’auto, manca l’aria. O non si parla o si parla concitatamente. Questo percorso di crescita e purificazione interiore si ripeterà qualche altra volta, finché ella deciderà di darci un taglio. Sicuramente egli penserà di averlo imposto lui.
Troppo coinvolgimento. Ella è gentile ma disturbata, ha troppi problemi irrisolti, è competente ma si disperde. Decisamente una donna, quasi una “moglie”!!!! Certamente lui ha spalle larghe, ma certi pesi meglio siano incombenze di altri. Eppure… …Parla. Parla. Dice anche cose giuste, crede a un certo punto; ma non ha voglia di sentirle. Non ha tempo, proprio non ha tempo di soffermarsi su queste cose che dovrebbe fare qualcun altro, senza coinvolgerlo troppo. Però come vorrebbe lui, perché comunque non è che ci si possa fidare così, superficialmente. Lui è un creativo, ha un suo spessore e soprattutto ha bisogno di pace, che non trova. A ella pare tutto di una evidenza esagerata, ma, si sa, dopotutto lui è pur sempre un uomo… Dunque la pace? L’ha messa da qualche parte sicuramente. Come fosse il portafoglio, che non trova. Comunque ella lo vede sul sedile posteriore dell’auto. Sorride a lui che trafelato apre la portiera, si guardano e lei glielo porge. Poi ci sono gli occhiali, sì, perché non ci vede niente senza. Il sacco della spazzatura, il taccuino. Oh! Il borsello: due cinghie e un groviglio di corda sfilettata. Sembra vuoto, perché tutto è in mano o in tasche da cui si perde con facilità.
“Non si capisce mai, perché quando ti serve qualcosa non la trovi dove dovrebbe essere!!!”, dice l’uomo, andando a buttare l’immondizia. Decisamente è spazientito. Questa donna però, pare accomodante. Pedante, per il vero. Pedante.
“Perché deve dirmi queste cose, perché? Dovrebbe accompagnarmi, due battute e magari comprare un mio lavoro”, parla fra sé e sé perché si sente più d’effetto.
E certamente!!! C’è una legge non scritta per cui un artista di buona cultura, di un certo fascino, con un fare disorientante che potrebbe piacere alle donne, dovrebbe ben vendere un proprio operato senza fare tutta questa fatica di conoscere una sconosciuta che non ha mai espresso l’idea di acquistare, per altro, niente.
Quasi sicuro che invece questa sia una legge di quelle ataviche, apre finalmente la porta di questo ufficio in un edificio in stile. Ci siamo. La compratrice ingannevole entra e tutto le si appiccica addosso come una seconda pelle. Lui vaga da una stanza all’altra per tirare un poco su le serrande. Giochi di luci su quei muri di uno spazio caotico ma curioso si espandono. Lei, per non essere travolta da tanta foga poco apprezzata, sbatte su un “porta qualcosa a rotelle” che va contro a una colonna.
“Fa pure! Non è che qui ci sia roba preziosa e magari anche personale, e che il fatto che io la tenga così sia perché sono abituato così, anche se potrei fare ordine, ma non ne vedo il motivo….” – si strofina il viso, inspira, ingoia un poco di saliva – “Vuoi dell’acqua da bere?”
Da bere?! Lo specifica. “Sì! Grazie…”, risponde distrattamente.
L’acqua sì, c’è, non il bicchiere. Perfetto. Si guardano. “Ho anche del tè….”, propone.
“Bicchieri di carta?”, perché acqua o tè comunque andavano versati in un contenitore. Loro sono uno studio ecologico. Ognuno ha una tazza con nome? Non esageriamo, ci sono dei bicchieri lavabili.
Le passa lo Svelto per i piatti, ella non fa una piega; si trova accanto a un lavandino perciò lava il bicchiere e ci beve dell’acqua che sembra provenire da una bottiglia normale, che lui appoggia su dei disegni che a lei paiono molto belli. La donna si guarda bene dal far commenti e inizia il giro turistico (probabilmente erano del socio assente).
Le basterebbe dare un’occhiata, scattare qualche foto, imprimere qualche emozione: è abituata così. Poi approfondirà. Lui parla, spiega e lascia tutte le frasi a metà, perché non ha tempo.

***
Eccoci a un dunque, uno qualunque. Uno come un altro, proprio delle sitcom, un sostantivo che definisce una realtà ripetitiva come ambientazione (o piccole varianti) e come tale (in grammatica) nomina un poco tutto: cose, persone, sensazioni e sentimenti….ecc.
LA CELLA DEL CAPPELLAIO MATTO
Episodio 1 – Stagione 1

***

“Soffri della sindrome del Bianconiglio?”, ella riconosce la propria voce in quella domanda.
“Sono il Cappellaio matto, io! … Tu sei Alice, per caso?”, tira indietro i riccioli lunghi che arrivano al naso. Assesta gli occhiali.
L’acqua fredda, che ha appena bevuto, le provoca la sensazione di rimpicciolirsi; Mi schiaccerà come una formica…. Oddio!
Gesticola e improvvisamente si sente enorme e colpisce di nuovo quel carrello.

“Allora dillo, se sei venuta per distruggere tutto…. non toccare nulla!!” NULLA. Ella chiude solo un attimo gli occhi. I muri della casa la mantengono fresca. Non capisce perché finisce sempre per ritrovarsi nell’entrata che è spaziosa, ma piena di mobili. Con quel carrello che sbatte proprio contro l’unica colonna, che deve per forza essere portante. Alice pensa a tutto questo. Le gira ancora la testa. Forse con l’acqua fredda ha bevuto della colla o della vernice?
“Dove sei?????”. Come rimbomba quel “sei”.
“Qui”, risponde aprendo gli occhi e rendendosi conto di avere proporzioni normali.
“Lo vedo! Mah, se non mi segui, facciamo notte”. Giusta osservazione, perciò fa due passi verso di lui.
“Io sono lo Stregatto” – preferisce comunque chiarire in questa questione in sospeso, che sembra il filo conduttore della visita all’ufficio che il Cappellaio, okay, divide con un pittore. Ecco spiegata la vernice e quadri, cornici, fogli, cartoncini, tavole, scaffali, cassettiere… la testa di un delfino in marmo? Egli frena o rallenta la sua ricognizione. “Come?”
“Adesso straparli? E si chiama gatto del Cheshire”. Lui, il gatto di Alice. Alice annuisce, il biondo cammina più normalmente, cioè meno da Bianconiglio. Hanno visto la stanza ordinata sul lato destro, ora entrano sul lato sinistro. Una stanza grande e ben illuminata che ha tutto il materiale di anni di lavoro e di studio. Libri, pubblicazioni, quadri (“Non Toccare!!!”), Alice ritira lesta la mano. Mobili da ufficio, vetrinette deliziose, bella scrivania se si vedesse. Non ci si può soffermare troppo. Forse questa non è neppure la sua… Passano alla seconda stanza, quasi ordinata. Allora parlano di matite colorate, poi di incisione ed ella vuole vedere le punte. Lui sbuffa. Ma che cosa se ne fa di vedere le punte? Ma saranno fatti suoi. La scatoletta trasparente e di legno emerge da un cassetto, lui non riesce ad aprirla. Lo fa lei.
“Scatto qualche fotografia, se non ti dispiace…”
“Sì sì va bene, tanto ormai… – si gira e in un nano secondo c’è di nuovo qualcosa che non va – perché devi farla lì?”
“Perché riflette bene…” – risponde sobbalzando e stava piegata sulle ginocchia perciò si appoggia al bordo del tavolino onde evitare di andare a gambe all’aria.
“E tocchi tutto…”
“No! Ruoto qualche testo per dare più realismo”. Risponde piccata. E si mette a fare cosa le piace fare in questi casi. Il Bianconiglio inizia a tirare giù le serrande, e certo, lei fotografa magari un poco di luce naturale sarebbe servita, ma lui deve aver deciso che il TEMPO è scaduto. Bene a sapersi. Ovviamente è colpa di lei che lo ha innervosito, quindi non riuscirebbe più a concentrarsi, così magari, invece, compra qualcosa di pronto al market e va a casa a mangiare a un orario normale, disperdendo la sensazione di aver buttato un pomeriggio….  Vale a dire che gli devo dare il passaggio di ritorno!!?? Recuperano tutto, fanno mente locale, “Se ti sbrighi, va meglio”, chiude a chiave con Alice fra le due porte, ma poi la libera, niente serratura da aprire; e salgono in macchina. Il percorso non gli va bene, ella se ne frega, lui ammette che così non hanno il sole in faccia. Si passa le mani sul volto, di nuovo, iniziando una sorta di dialogo esplicativo su di sé, mentre sono già arrivati a destinazione. Aprono le portiere per far circolare l’aria.
“Mi fermo un attimo che non sono mai puntuale, quindi… E’ che ho un brutto carattere, ma tu sei premurosa e non sembri permalosa, … cioè non te la prendi… Però mi stressi con questi discorsi che io non capisco su Facebook, i social, la comunicazione. Non mi piace comunicare”.

Mette e toglie gli occhiali, fissa il cellulare, si strofina le guance con maggiore energia. Alice pensa che radendosi, il Bianconiglio avrebbe bisogno di una crema lenitiva e di un buon dopobarba. Guardandolo bene, pensa proprio che avrebbe bisogno di essere un poco curato da mano femminile; non apre argomento che siamo di nuovo in zona extrasistole.
Aveva capito che sono una consulente per le comunicazioni? Una PR?????
“Non importa, guarda, non sei obbligato. Io ti ho fatto un’offerta inerente a ciò di cui mi occupo. Fa come sei abituato e fine.”
“Così però non mi sembra di andare avanti, progredire, devo ottenere di più. Anche con la società non abbiamo ampliato il giro e ci siamo messi in proprio per fare questo. Questa pagina LIKE, per esempio, che cos’è? E non puoi parlare così a vanvera. Fammela vedere, anche qui sul cellulare, che il PC è rimasto in ufficio.”
Con un ultimo ed estremo sforzo il Bianconiglio capisce che la pagina in cui indossa una camicia stirata e attillata e il ciuffo è modellato con del gel, ecco quella è la sua pagina like. Felice le sorride e dice “Ah, per fortuna. Non me ne faccio niente!!!” E scoppia in una fragorosa risata liberatoria. Ha una risata coinvolgente che annulla la tipologia da tasso di carattere scontroso e guardingo (l’animaletto boschivo, il Tasso!).
Ride con lui. Poi vanno al market; compra a sua volta due meloni e delle mele rosse e si salutano lì, dopo le casse.
Come fosse stato un giorno qualunque.

Racconto di Stefania Sanlorenzo
Illustrazione di Riccardo Mari, già fotografo libero professionista: foto d’autore, photo shooting, mostre.
Curatore presso Garage Creative Gallery (Toscana/San Casciano in Val di Pesa/Firenze), luogo fisico; pagina Facebook di Arte e Intrattenimento. Illustratore e Scrittore. (Testo Pubblicato: “POLIMERO”)